Il racconto di Michela durante l’inizio della pandemia: dalla paura al coraggio di cambiare

Il 12 maggio di ogni anno tutto il mondo celebra la Giornata Internazionale degli infermieri.In un anno segnato dalla pandemia del virus Covid-19 e dall’emergenza sanitaria, condividiamo la testimonianza di una nostra collega, Michela Di Furia, coordinatrice infermieristica dell’Unità Operativa Anestesia, Rianimazione e Comparto Operatorio di Palidoro.La lettera di Michela, pubblicata su “Pediatric Intensive Care Nursing”, racconta la sua esperienza  – emotiva e professionale –  di fronte al cambiamento a cui ci ha costretti la pandemia. L’emergenza Coronavirus è stata per lei un’occasione di crescita e la sua paura iniziale si è trasformata in consapevolezza e coraggio di cambiare.

Grazie a Michela per il suo contributo e grazie a tutti gli infermieri per quello che fanno ogni giorno.

“È passato un anno da quel terribile momento in cui ci siamo resi conto che da lì a poco il mondo sarebbe cambiato.

Il mio ricordo inizia a gennaio del 2020. 
In TV impazzava la notizia di accadimenti terribili in Cina, di tantissimi morti per un virus sconosciuto, potente, che generava febbre, polmonite e addirittura la morte, solo dopo poche ore dai primi sintomi.
Ascoltavo distrattamente. Venivo da diverse esperienze di preparazione di imminenti pandemie come la SARS, l’Ebola, l’Aviaria che, però, qui in Italia non abbiamo mai dovuto attuare.
Poi quel maledetto 21 febbraio, il primo decesso.
Da lì in poi le notizie erano sempre più sconvolgenti i decessi aumentavano in poche ore e il bilancio era sempre più drammatico. Le terapie intensive collassano di persone con difficoltà respiratorie che muoiono in poco tempo.

Inizia la corsa alla preparazione di una battaglia sanitaria difficile.
Ci trova emotivamente impreparati. I colleghi lombardi lavoravano con la disperazione addosso ed erano impotenti di fronte a tutti quei decessi. Si vedevano immagini di infermieri inginocchiati e stremati dalla fatica. Ore e ore interminabili di lavoro. 
Ricordo momenti di paura intensa. In quel periodo ero coordinatrice del Pronto Soccorso e della Terapia Intensiva. Non dormivo la notte per l’ansia di trovarmi in prima linea.
È stata una corsa al tempo, la Protezione Civile che ci montava la tenda per accettare i bambini e il Pronto Soccorso da riprogettare. La terapia intensiva da trasformare in posti Covid. E poi la formazione per imparare a vestirci con le tute e tutti i presidi fino a quel momento solo conservati in armadi. 
Tutti i giorni ci preparavamo e ripassavamo cosa fare e come farlo.

20 marzo 2020 il nostro primo sospetto Covid.
La ragazza si chiamava Luna e aveva febbre e difficoltà respiratoria. Il terrore entra nelle ossa e prende tutto il corpo.
Ci paralizza. Si inizia quello che oggi è normale gestire, ma allora era frustrante.
Accogliamo Luna in isolamento e attraverso il vetro della stanza comunichiamo con gli occhi. Da lì in poi tantissimi casi e il terrore con il tempo si è trasformato in coraggio.
Dovevamo lottare e fare resilienza altrimenti la paura ci avrebbe uccisi. Ci siamo supportati e incoraggiati.
Abbiamo pianto sotto le interminabili docce prima di tornare a casa, rigati da quei presidi stretti.
Dovevamo essere forti e soprattutto lucidi. Perché il Virus ci voleva così, impotenti e confusi.

Noi abbiamo i nostri bambini da curare a tutti i costi.
La nostra forza sono loro.
Vederli lottare e sperare è per noi linfa vitale.
All’inizio erano isolati in quelle stanze terribili, soli e senza genitori, con un medico e un infermiere con i volti nascosti dietro gli occhiali – a volte appannati – con tute e guanti.
Abbiamo in tutti i modi tentato di tranquillizzarli e fuori i genitori erano nel panico.
Piangevano e pregavano. Il mio ricordo va alla mamma di Daniel e alla sua disperazione.
Sono uscita per darle informazioni e mandarla a casa, a riposare.
Mi domanda come sta il figlio e le rispondo che in quel momento stava riposando. Era critico. Lei si butta a terra e stringendomi le gambe mi supplica di non farlo morire.
Un groppo alla gola come se fosse una mano che ti soffoca e stringe fino a farti mancare l’aria, mi inginocchio e l’abbraccio, trasgredendo ogni regola sociale.
Abbracciavo lei ma in verità abbracciavo me stessa. Un abbraccio lungo e interminabile.
Poi è arrivata la buona idea: il cellulare. In quel momento è stato il mezzo comunicativo per far sì che ci fosse un ricongiungimento quasi normale. Tutti gli umori negativi e il timore svaniscono. I ragazzi ci chiamano anche dopo la dimissione, come Samuele, solo per salutarci.
Perché quando hai vinto una battaglia così difficile i legami sono potenti.

E poi c’erano le nostre case.
Mesi e mesi di isolamento.
Lontano da tutti. Il 20 febbraio è nato mio nipote Francesco, la gioia più grande. Il 9 marzo inizia il lockdown.
Non ho potuto più vedere nessuno.
I miei genitori, grandi di età, e mio nipote, piccolissimo, da difendere. Gli amici.
Tutto cambiato: regole sociali rigide e chiare.
Basta baci e abbracci. Mascherina sempre.
Ci sentivamo invincibili e invece un virus ci ha fatto scendere dal piedistallo.
Le file interminabili per fare tutto. Le passeggiate limitate e la disperazione di chi non lavora più.
Il mondo è cambiato.

 

Ci hanno chiamato eroi, ci hanno detto che, in fondo, è nostro dovere perché abbiamo fatto una scelta di vita. Io dico che è la nostra professione che ci rende orgogliosi ogni giorno.

Che ci rende delle persone consapevoli.

Ma soprattutto gli infermieri non sono eroi come vengono definiti in questa circostanza, ma sono gli stessi di sempre, professionisti competenti, preparati, responsabili, con un altissimo senso del dovere.

Il bagaglio culturale dell’infermiere consiste nel “sapere” le conoscenze professionali, nel “saper fare” le tecniche infermieristiche, e nel “saper essere” in possesso delle capacità di relazione e comunicazione efficaci.

Finalmente a dicembre è arrivato il vaccino e abbiamo potuto respirare aria nuova.

Possiamo finalmente sperare.

Caro Covid 19, ci hai insegnato molto e i tuoi insegnamenti saranno difficili da dimenticare.

Sei arrivato in modo terribile e ci saluteremo con la gioia di non rivederci mai più.

 

Dedicato ai miei guerrieri: infermieri, medici, i bambini eroici e le loro grandiose famiglie”.